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Storia

Battaglia di Stalingrado

Seconda guerra Mondiale

Prima della disfatta: l'Operazione Blau

Quello che Hitler considerava l'attacco decisivo contro l'Unione Sovietica, che doveva per sempre risolvere il problema del fronte orientale ed annientare un nemico che nelle previsioni avrebbe già dovuto soccombere l'anno precedente, viene varato nel dettaglio dall'OKW all'inizio della primavera del '42. L'ampiezza dello sforzo bellico tedesco si era decisamente ampliata, rispetto all'anno precedente, sia per il numero sia per la qualità dei mezzi impiegati: gli alti comandi tedeschi ritenevano quindi di essere in grado di vibrare un colpo decisivo sul fronte orientale, e precisamente nel settore Sud, che meglio si prestava sia ad un'eventuale manovra di aggiramento della capitale Mosca e delle forze alla sua difesa, sia al proseguimento dell'offensiva nel Medio Oriente, attraverso il Caucaso e fino ai possedimenti inglesi nell'area del Golfo Persico, congiungendosi così con le forze che stavano agendo in Nord Africa, al comando di Rommel. Questo piano grandioso, che avrebbe dovuto dare alla Germania la vittoria definitiva e totale, doveva cominciare proprio in Russia, sul fronte meridionale, con quella che venne battezzata Operazione Blau, che prevedeva lo sfondamento del fronte russo sul Don, l'occupazione della Crimea, e poi una tenaglia su Stalingrado, allo scopo di "occuparla o eliminarla come centro industriale e nodo di comunicazioni"; a questo punto le forze tedesche si sarebbero dirette sul Caucaso, completando così il grandioso disegno di Hitler.
Quanto questo piano ambizioso fosse in effetti concretamente realizzabile, è per noi impossibile stabilirlo: Hitler infatti non si attenne alle sue stesse direttive con metodo e coerenza, cambiando in corsa obiettivi e modalità. A causa infatti dei primi notevoli successi, egli emanò una fondamentale direttiva, il 23 luglio '42, in cui stabiliva la contemporanea avanzata verso i due divergenti obiettivi del Volga e del Caucaso (avanzate che inizialmente dovevano avvenire una in seguito all'altra). Quanto questo fosse assolutamente illogico, è testimoniato dalle reazioni di numerosi ufficiali tedeschi: ne citeremo uno solo, dello Stato Maggiore del gruppo d'armate A, che dice testualmente come "quel 23 luglio deve essere considerato come il giorno in cui risultò chiaro che il comando supremo si stava allontanando dai principi classici della condotta della guerra, per entrare nelle vie nuove che gli erano proprie e che derivavano soprattutto dalla potenza irrazionale e demoniaca di Hitler, piuttosto che dal metodo vicino alla realtà dei soldati". Analogamente il maresciallo sovietico Eremenko, si esprimeva a questo riguardo in tal modo: "il nocciolo della questione non sta nel fatto che Hitler si sia precipitato nello stesso tempo verso Stalingrado e verso il Caucaso, ma dal fatto che non aveva forze sufficienti per condurre a buon fine queste due operazioni contemporaneamente". Il nocciolo della questione è proprio nel fatto che la direttiva di Hitler, dunque, prescriveva obiettivi assolutamente al di là della portata tedesca, lungo fronti che si sarebbero dilatati, dagli iniziali 800 chilometri, ai 4100 chilometri degli obiettivi finali.
I prodromi della catastrofe generale che seguì, sono da ricercare proprio in questo delirio di una mente malata, delirio che, peraltro, costò probabilmente la vittoria finale alla Germania, e sicuramente la vita di centinaia di migliaia di soldati tedeschi, in quella che diventerà una gigantesca e mortale trappola.

L'attacco a Stalingrado

I palazzi sventrati, ciminiere mozze e annerite, strade sconvolte, case bruciate, giardini e parchi arati dai colpi di artiglieria, Stalingrado è un cratere che ribolle. La mattina del 30 settembre '42, parlando al Reichstag, Hitler ha solennemente dichiarato: "Noi prenderemo d'assalto Stalingrado e la conquisteremo: su questo potete contare. Quando noi abbiamo conquistato qualcosa nessuno più ci sposta"; e se ora, a metà ottobre, i deputati tedeschi danno un'occhiata all'atlante, come sempre mostrano fiducia nelle parole del Führer. Stalingrado ha la vaga forma di una mezzaluna con la gobba rivolta all'occidente: sul suo lato interno scorre il Volga; su quello esterno premono gli assedianti, i 320.000 uomini della sesta Armata di Paulus. Dall'alto in basso, per chi guarda la carta geografica, questa mezzaluna è divisa orizzontalmente in sei quartieri, come altrettanti spicchi di terra che si bagnano nel Volga ed hanno tutti nomi tipici dell'era rivoluzionaria: Fabbrica di Trattori, Barricate, Ottobre Rosso, Dzerzhinksi, Vorosilovski, Koroviski. Almeno il 90% di ogni quartiere è già conquistato dai tedeschi. Ai sovietici rimane giusto qualche angusta fetta di terreno, e non sempre perché da Vorosilovski sono stati ricacciati nel fiume ed hanno dovuto attestarsi sull'isoletta di Golodny. La testa di ponte più ampia la mantengono in riva al Volga, ad Ottobre rosso ed a Dzerzhinski. E' una lingua di terra lunga otto chilometri e profonda da 100 a 800 metri, con una ventina di grossi isolati, tre fabbriche, il pontile centrale e la collina di Mamaj: una "stretta strisce di rovine", la definisce il quarantaduenne tenente generale Ciujkov, capo dei difensori della città e futuro maresciallo dell'URSS.
E' contro questi ultimi baluardi che fra il 16 settembre (primo giorno dell'assedio) e il 19 novembre (inizio della controffensiva sovietica) si rovesciano senza posa le ondate d'assalto della fanteria corazzata di Paulus. Complessivamente, in nove settimane, sono oltre 700 attacchi, alla media di 12 al giorno, e cinque grosse battaglie scatenate il 22 settembre, il 4 e il 15 ottobre, il 1° e il 12 novembre. Sotto l'urto dei carri, dell'artiglieria e dell'aviazione il fronte difensivo si spezzetta in piccole isole  di resistenza limitata a una strada, a un gruppo di case, a una scuola, a un grande magazzino, all'ala di una fabbrica. L'esempio più tragico è la collina di Mamaj, il Mamaiev Kurgan, di 102 metri, nel rione Dzerzhinski di fronte al pontile centrale: a sorti alterne, per tutto il tempo della lotta a Stalingrado, l'altura è perduta e riconquistata dai russi ai tedeschi.

La prima battaglia in forze comincia nell'alba piovosa del 22 settembre. La settantaseiesima divisione di fanteria tedesca, appoggiata da cento carri, avanza lungo la via Moskovskaia, che scende dolcemente dalle colline al fiume, penetra nella "balka" di Dolghi, si impadronisce della piazza IX Gennaio: il fiume è ad appena 200 metri. Altri reparti occupano le vie Kurskaia e Kievskaia, raggiungono la valletta dello Zaritza (il fiume che attraversa Stalingrado e che, un tempo, aveva dato il nome alla città), occupano il pontile centrale e distruggono il traghetto. Ciujkov invoca soccorsi e nella notte dall'altra sponda del Volga, traghetta su zattere improvvisate una divisione di fanteria agli ordini di un ex-operaio metallurgico, Nikolai Batiuk: i rinforzi riescono a respingere le punte avanzate dei mitraglieri tedeschi arrivate ad un isolato dal fiume. La battaglia si conclude a netto favore dei tedeschi che, al 1° ottobre, sono ormai padroni della maggior parte della Stalingrado centrale, del quartiere degli affari, dei quartieri Barricate e Fabbrica di Trattori e di una delle due stazioni ferroviarie, Stalingrado-I. L'enorme edificio è stato conteso ai tedeschi, per due settimane, dai genieri del primo battaglione del reggimento Elin. Nella notte del 30 settembre i sei soli superstiti, tutti feriti e rimasti privi di munizioni, si trascinano fino al Volga, si impadroniscono di un barcone e si spingono nel fiume: per tre giorni, si lasciano trasportare dalla corrente finché vengono soccorsi dai serventi di una batteria contraerea a Kuporosnoie.
Delle cinque battaglie la più aspra è quella del 14 ottobre quando, durante nove giorni, Paulus rivolge le sue forze contro i tre complessi industriali Barricate,Trattori ed Ottobre Rosso che sorgono uno accanto all'altro in riva al Volga e danno il nome ai rispettivi quartieri. Su un fronte di cinque chilometri i tedeschi impiegano tre divisioni di fanteria e due corazzate, conquistano la fabbrica dei trattori e dividono le forze di Ciujkov. L'attacco di Paulus perde mordente proprio nel momento in cui i sovietici, arretrando passo per passo, sono stati risospinti a 50 metri dal fiume. Il Volga, largo in questo punto un chilometro e mezzo, è l'amico-nemico dei russi. Tutto quello che occorre al presidio di Stalingrado - dai viveri al foraggio, dalle munizioni all'acqua, ai rinforzi - deve essere trasportato da una riva all'altra. I traghetti sfidano pericoli mortali: l'avversario ha un'ottima visuale del fiume, con mortai ed aerei dà una caccia spietata. Ma il Volga, al tempo stesso, è uno dei motivi dei successi dei difensori. L'artiglieria russa, con le sue paurose katiuscia, è nascosta sull'altra sponda ed annulla qualsiasi conquista nemica: "Verso la fine di ottobre - scriverà uno dei difensori di Mamaj, Viktor Nekrasov, futuro romanziere - l'altra sponda del Volga era un vero formicaio. Là erano concentrati tutti i servizi, l'artiglieria l'aviazione, ecc. E furono loro quelli che crearono l'inferno per i tedeschi". Aggiungerà un altro scrittore russo, Simonov: "Sicuramente non avremmo potuto tenere Stalingrado se non avessimo avuto per tutto quel tempo l'appoggio dell'artiglieria e delle katiuscia sull'altra sponda".

Benché la stampa anglo-americana definisca Stalingrado "la Verdun dell'Oriente", qui - a differenza di quanto accadde sul fronte francese nel 1916 - le linee sono a brevissima distanza, sui due lati di una strada, dall'ingresso al cortile di uno stabilimento, da un piano all'altro di una casa. Ogni uomo sente l'avversario camminare, strisciare, respirare; qualche volta arriva a parlargli: "Russ, skoro bul-bul u Volga" - gridano i tedeschi che presidiano il Voientorg, sull'angolo delle vie Solniescnaia e Smolenskaia, ai sovietici del "bunker" di fronte - "Presto farete le bolle nel  Volga". Riusciti a resistere in mezzo alle macerie, i russi scoprono che il loro vantaggio viene proprio dal combattimento ravvicinato, dove la terra di nessuno non supera mai il lancio di una bomba a mano: prima di tutto perché sono più esperti in questo genere di lotta, sia per l'impiego di armi bianche, sia per la libertà di scelta dell'ora ( "La notte era il loro elemento" scriverà Ciujkov ); in secondo luogo perché rende immuni le loro prime linee dagli attacchi aerei tedeschi. Ma è soprattutto col sistema degli edifici trasformati in capisaldi che i sovietici riescono sempre a contenere l'urto delle forze nemiche. La "Casa della gloria del soldato" è un palazzotto barocco di quattro piani che sorge sulla piazza IX gennaio e che il sergente I.F. Pavlov con i fanti Alexandrov, Gluscenko e Cernologov occupa: verrà chiamata la "Casa di Pavlov". I quattro militari la fortificano, costruiscono cunicoli e collegamenti per collegarsi ad altre case-fortino, creano sbarramenti, reticolati e campi minati. Contano poi molti tiratori scelti per i quali queste postazioni sono preziosissime ( il celebre Zaicev uccide da solo 242 uomini); la "Casa di Pavlov" resiste per 50 giorni.
Su un diario si legge: "Stalingrado non è più una città. Di giorno è un'enorme nuvola di fumo accecante.E quando arriva la notte i cani si tuffano nel Volga, perché le notti di Stalingrado li terrorizzano". Sull'altra sponda del fiume c'è Zukov. Con la stessa freddezza dell'anno prima a Mosca, limita al minimo indispensabile l'invio dei rinforzi. E' un calcolo di stratega, ma i tedeschi lo interpretano come prova che i sovietici sono allo stremo e che la conquista è vicina. In realtà, Zukov sta preparando la controffensiva: nelle steppa della riva sinistra del Volga va raccogliendo 27 divisioni di fanteria e 17 brigate corazzate. Anche Paulus ritiene che per i russi non ci sia più scampo: ritiene infatti che Stalingrado sia la chiave di svolta di tutto il sistema difensivo sovietico e punisce qualunque obiezione alla sua tesi. Quando il generale carrista von Wietersheim si lamenta per la condizione dei suoi panzer, logorati dalla guerra in città, subito è destituito, degradato a soldato semplice. Un altro carrista, von Schwelder, ammonisce sul fatto che il fronte è aperto su un angolo di 90 gradi, di cui Stalingrado è il fondo, e le forze sono tutte concentrate lì. "Cosa succederebbe se i russi attaccassero le ali?" si chiede. Anche lui viene destituito.

Il novembre dell'anno 1942 comincia col freddo: nuvole basse, tormente di neve, il termometro a -20°. Il 6 compaiono sul Volga i primi ghiacci, dal 20 non è più navigabile, il 16 dicembre gelerà. L'8 novembre Hitler pronuncia le parole più infelici di tutta la sua carriera politica: "Ho voluto raggiungere il Volga nella stessa città che porta il nome di Stalin, e questa città l'abbiamo conquistata ad eccezione di due o tre isolotti insignificanti. Lascio a piccoli elementi d'assalto il compito di completare la conquista". Probabilmente gli è sfuggito il discorso che Stalin ha pronunciato in occasione dell'anniversario della rivoluzione sovietica, in cui questo celebra le vittorie di inglesi e americani, e che conclude con le parole: "Ci sarà festa anche sul nostro fronte". Ma l'11 novembre la situazione sembra dare ancora ragione al Führer: i tedeschi lanciano su Stalingrado un attacco massiccio, con cinque divisioni e 150 carri, con lo scopo di rimandare i russi nel fiume. Ma questi sono ben trincerati e i panzer tedeschi, fatti per gli spazi aperti avanzano con difficoltà tra le macerie. I sovietici li lasciano passare e tagliano fuori la fanteria sconvolgendo l'ordine di battaglia nemico. Tuttavia i tedeschi sfondano per la quinta volta il perimetro della testa di ponte, spezzando in due le forze di Ciujkov. Pur se con grandi perdite, i sovietici riescono a resistere e i tedeschi si accorgono che pur avendo conquistato altri territori, non sono riusciti ad annientare la resistenza fra la collina di Mamaj e le officine di Ottobre Rosso. Il 19 novembre, tra le 6 e le 7, poco dopo l'alba,  i soldati russi, accucciati nelle trincee, sono destati da un rombo proveniente da Sud e da Nord: con una perfetta scelta di tempo, le armate di Rokossovskij, Vatutin ed Eremenko, realizzando il piano di Zukov e Vasilevskij, chiudono la tenaglia sul Volga.

Rossovskij e Vatutin travolgono i Romeni; Ermenko avanza da Sud. Nel complesso le forze fresche dei russi ammontano a 1.050.000 soldati, 13.000 cannoni, 900 carri e 1100 aerei contro un milione di uomini, 10.000 cannoni, 1.200 aerei e 700 panzer. I sovietici, però, hanno migliorato la qualità dei loro mezzi e tra il 19 e il 23 novembre sbaragliano 15 divisioni tedesche. Le due ali dell'esercito si incontrano a Kalac, a 65 km da Stalingrado. Lì, attraverso il ponte sul fiume, passano tutti i rifornimenti per Pavlov. Ma il ponte è stato minato e le guardie hanno l'ordine di farlo saltare non appena un soldato russo venga avvistato. Alle 16.30 del 23, il presidio tedesco scorge una fila di carri armati che si avvicina. E' guidata da tre semicingolati Horch della ventiduesima divisione panzer, dai quali però spuntano dei soldati sovietici. Il presidio è annientato e i russi possono passare.

L'ecatombe

L'esercito sovietico si chiude in un anello intorno a Stalingrado e imprimono una svolta decisiva al corso della seconda guerra mondiale.
Gli avvenimenti del 19 novembre colgono l'OKW totalmente di sorpesa, ed una sorpresa analoga se non maggiore fu quella del generale Paulus, che, alla sua richiesta di far ripiegare la sua armata per evitare di essere intrappolato, si sentì rispondere che "la 6ª armata deve disporsi ad istrice, ed attendere il soccorso dall'esterno".
Un razzo sovietico, esplodendo nell'ufficio di Paulus, non avrebbe prodotto probabilmente un effetto più deprimente, sull'animo del comandante della 6ª armata, di quell'ordine di Hitler, che denotava, oltre ad una non adeguata conoscenza della situazione, anche un disconoscimento della tragedia che le truppe stavano vivendo; dopo essersi consultato con quattro dei suoi cinque comandanti di corpo d'armata, Paulus fece appello al Führer "meglio informato", inoltrandogli questo rapporto: "Dopo la ricezione del suo telegramma del 22 sera, gli eventi sono notevolmente precipitati. Il nemico ancora non è riuscito a chiudere la sacca a ovest e a sud-ovest. Ma si delineano i suoi preparativi di attacco da quella parte. Le nostre munizioni e le nostre riserve di carburante volgono alla fine. Molte batterie e molte armi anticarro hanno esaurito le munizioni. E' escluso che un rifornimento sufficiente possa essere loro assicurato in tempo. L'armata andrà incontro al suo annientamento se in brevissimo tempo non riuscirà, riunendo tutte le sue forze, a battere completamente il nemico che l'assale da sud e da ovest. A tale scopo è indispensabile ritirare da Stalingrado e dal fronte nord tutte le nostre divisioni. Come conseguenza inevitabile, l'armata dovrà sfondare in direzione sud ovest, perché né il fronte nord né il fronte est, così indeboliti, potranno resistere. Perderemo indubbiamente una notevole quantità di materiale, ma la maggioranza dei nostri valorosi combattenti, e una parte del materiale, saranno salvi. Prendo su di me tutta la responsabilità di questa grave comunicazione che le faccio, e chiedo ancora, a causa di questa stessa situazione, di darmi completa liberà d'azione. Heil Hitler".
Tale richiesta fu approvata dal comandante del gruppo d'armate B, von Weichs, ed inoltrata a Berlino; ma in luogo della sospirata libertà di agire, arrivò un altro ordine di questo tono, che terminava dicendo che l'armata era "momentaneamente accerchiata, ma deve convincersi che farò di tutto per rifornirla in modo adeguato, e per disimpegnarla in tempo utile. Conosco la valorosa 6ª armata ed il suo comandate in capo, e so che ciascuno farà il suo dovere". Su tale disastro, oltre alla follia di Hitler, pesano in modo decisivo le parole del maresciallo Goring, che garantì di poter rifornire la città assediata con un ponte aereo assolutamente al di là delle possibilità tedesche, e che risultò infatti insufficiente all'85%.
Di fronte all'ordine dell'alto comando, Paulus decise di obbedire all'ordine, e così la 6ª armata tedesca si seppellì in una sacca che misurava 60 chilometri di larghezza e 40 di altezza. Per liberare Stalingrado, Hitler decise di affidare a von Manstein il compito di spezzare l'anello russo; egli però si ferma a 50 km da Stalingrado. Paulus e Manstein sono indecisi se disobbedire al Führer e salvarsi o continuare a resistere. Poi però devono inviare una divisione sul fronte del Don e Hitler è costretto a ordinare la ritirata, che condannerà la sesta armata ad un'agonia di 76 giorni. I tedeschi sono intrappolati nel gelido inverno russo, e riprendono il modello di difesa utilizzato in precedenza dai russi. Il ponte aereo non riesce a mantenere la promessa e fornisce solo 1/5 del necessario agli assediati. L'incerto Paulus raduna tutte le forze possibili, ma aumentano i casi di diserzione e vengono eseguite 364 condanne a morte in due mesi.
Sul fallimento del ponte aereo, lo stesso Paulus ritorna spesso nelle sue note: "l'aviazione ci ha piantati in asso senza mai mantenere quanto aveva promesso... il maresciallo dell'impero Goring avrebbe dichiarato che il rifornimento aereo non  funziona poi così male laggiù! Non sarebbe male se andasse lui stesso, con i suoi stivaloni, a vedere un po' quello che accade!". Il capodanno del 1943 porta la temperatura a -40° e la riduzione della razione di pane da 200 a 100 grammi. Le malattie mietono continuamente vittime e i malati gravi arrivano a 80.000.

L'8 gennaio i russi chiedono la resa dell'armata, ma Paulus è costretto a rifiutare per ordine di Hitler. Bisogna dire che, a questo punto, l'intimazione di resistere "fino all'ultimo uomo" non era priva di valore dal punto di vista militare, come ci spiega il felmaresciallo von Manstein: "L'armata doveva seguitare a combattere, anche se non poteva più aspettarsi niente per se stessa. Ogni giorno che guadagnava assumeva un'importanza decisiva per la sorte di tutto il fronte tedesco. E non mi si venga a dire che, essendo la guerra già persa, sarebbe stato meglio accelerarne la fine, per risparmiare inutili sofferenze: questo è il senno di poi... in quel periodo non si poteva essere sicuri che la Germania l'avrebbe persa militarmente, una pace di compromesso rimeneva nel campo delle possibilità. Ma per arrivare a questo bisognava ristabilire la situazione in quella parte del fronte, e per questo era indispensabile che la 6ª armata continuasse a trattenere le forze nemiche davanti a sé il più a lungo possibile. Una dura necessità costringeva l'alto comando ad esigere quest'ultimo sacrificio da parte delle sue valorose truppe". Tuttavia questo sensato e spietato imperativo che si poneva al generale Paulus era la conseguenza degli incredibili errori commessi da Hitler e da Goring nella condotta delle operazioni.  I sovietici allora spingono i tedeschi entro le rovine della città ed entrano in possesso dell'aeroporto. Le razioni diminuiscono ancora e il 20 gennaio vengono macellati tutti i cavalli. Il Führer però sostiene che "l'armata deve continuare a combattere per guadagnare tempo". Nell'ultima settimana di gennaio i russi si impadroniscono dell'aeroporto di Gumrak, l'ultimo rimasto in mano ai tedeschi, che decidono di abbandonare gran parte dei feriti. I morti non vengono più seppelliti, né i loro nomi registrati.

Il 30 gennaio Paulus è nominato feldmaresciallo. Hitler dice: "Mai un maresciallo tedesco si è arreso". Dodici ore dopo l'artiglieria sovietica scatena la sua offensiva contro i magazzini Univermag, nelle cui cantine è rifugiato il comando di Paulus. Alle 5.45 del 1° febbraio "I russi sono davanti al bunker". I tedeschi distruggono la propria postazione e un ufficiale dice al tenente russo Elcenko: "Il nostro grande capo vuol parlare al suo grande capo". Elcenko sorride: "Stia a sentire, il nostro grande capo ha altro da fare. Il suo grande capo, se vuole, deve spicciarsela con me". Il tenente lo conduce da Paulus. "Ebbene, è finita, così" gli dice Elcenko. Il feldmaresciallo fa cenno di sì; esce ed è accompagnato dal generale Voronov, che accetta la resa.

Solo Strecker continua a resistere, fedele agli ordini del Führer, ma infine dà anche lui l'ordine di cessare il fuoco. Uno degli ultimi collegamenti radio con Berlino, forse il più significativo sul vero morale dei combattenti di Stalingrado, giunge, inaspettato, da questi uomini, quando, in risposta all'enfatico elogio letto da Göring alla radio tedesca, trasmettono a Berlino uno scarno messaggio: "Prematuri discorsi funebri indesiderati". Nella mattinata del giorno 2 tutto tace definitivamente. I russi seppellirono, nella sacca di Stalingrado, 147.200 cadaveri, ed ebbero circa 91.000 prigionieri (di cui 24 generali e 2500 ufficiali) oltre a 6000 cannoni e 60.000 veicoli. Alla cattura sfuggirono, dei 320.000 uomini della 6ª armata, solo 24.000 malati e feriti e 18.000 tecnici e ufficiali superiori, evacuati in aereo. Dei superstiti, portati nei campi di prigionia della Siberia, torneranno in soli 5000. Alle 14.46 del 2 febbraio un aereo tedesco da ricognizione sorvola a grande altezza la città e trasmette questo messaggi: "A Stalingrado, nessun segno di combattimento".

 

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